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La Via Emilia

“O libro, parti per Roma: se ti chiederanno da dove vieni,

risponderai che vieni dalla regione della via Emilia”.

(Marziale, Epigrammata, III, 4)

 

Erano trascorsi pressappoco trecentocinquant’anni dal primo affaccio dei Romani in Emilia-Romagna, contrassegnato dalla fondazione della città di Ariminum (Rimini – 268 a.C.), quando durante il suo soggiorno in Cispadana sul finire del I secolo dopo Cristo il poeta Marziale consegnava all’immortale voce della poesia l’indissolubilità del legame che da ben ventidue secoli tiene strettamente uniti una terra e la sua strada maestra.

 

Nessun’altra regione italiana, infatti, può vantare un nome che coincide perfettamente con quello dato alla sua più remota direttrice naturale da oriente a occidente, l’asse privilegiato di collegamento fra la costa adriatica e il guado del Po.

 

Nessuna delle grandi vie romane ha sfidato i millenni con la stessa capacità di tenere insieme le comunità, di comporre in un unico quadro un mosaico di genti e tradizioni diverse, di indirizzarne l’evoluzione, di condizionare lo sviluppo delle sedi umane, di alimentare la perfetta identificazione fra il suo tracciato e il territorio che le si distende intorno.


Elemento veramente aggregativo dell’area cispadana, massima eredità culturale tramandataci dall’antichità, con i suoi 1300 stadi, pari a 230 chilometri circa (la lunghezza odierna è poco più di 260 km), calcolati dal geografo greco Strabone a partire dal fiume Rubicone, la strada inanella una successione di lunghi rettifili che la caratterizzano tuttora, un percorso ininterrotto che congiunge da sud-est a nord-ovest gli estremi regionali rimasto sostanzialmente immutato nel tempo, salvo minute varianti.

 

Se l’ufficialità vuole che solo in età imperiale avanzata, a seguito di uno dei molti riassetti amministrativi dello stato romano, formalmente si faccia ricorso alla denominazione Aemilia per designare una vasta porzione occidentale del territorio cispadano, è certo che già dalla metà del II secolo avanti Cristo nel sentire comune, nel linguaggio della quotidianità, nel fiorire dei rapporti commerciali e perfino nei disegni della politica si parli di questa come la regione che è attraversata, servita e organizzata dalla via Emilia.

 

La strada nasce nel 187 a.C. sotto la guida del console Marco Emilio Lepido (vedi anche il redazionale “I Romani”). Con la sua costruzione, vero e proprio “manifesto” programmatico e strategico del consolidamento politico romano in Gallia Cisalpina, si chiude la tormentata prima fase di espansione verso l’Italia settentrionale, punteggiata dai conflitti con le tribù celtiche e dalle campagne annibaliche, e si apre la feconda stagione delle nuove fondazioni coloniarie che daranno all’Emilia-Romagna lo schema insediativo giunto sino al presente.


La maggior parte dei centri urbani è accomunata dall’essere dislocata lungo l’asse della via Emilia, a distanza regolare e in prossimità di uno sbocco vallivo coincidente con uno degli elementi di viabilità transappenninica.

 

In prima battuta, la strada collega i centri preesistenti, come Piacenza, fondata nel 218 a.C. o Rimini, già terminale della via Flaminia e cinquant’anni più tardi anche caput viae della Popilia, o come Bononia (Bologna), strappata ai Boi e rifondata appena due anni avanti l’Aemilia. Nascono poi, sempre ad opera di Lepido, le colonie gemelle di Modena e Parma (183 a.C.) e quella di Reggio Emilia (175 a.C.).

 

Una volta stabilizzata la conquista romana, la via abbandona la preminente connotazione di “linea di confine” presidiata militarmente. Si aggiungeranno allora altre importanti entità urbane e centri di mercato – antenati, ad esempio, delle odierne Cesena, Forlimpopoli, Forlì, Faenza, Imola - e una schiera di cittadine, talora sorte in modo spontaneo grazie proprio alla forza aggregatrice della via consolare.

 

Quest’ultima si trova spesso ad assolvere anche la funzione di elemento generatore del sistema di appoderamento e di organizzazione del territorio rurale assegnato ai coloni. Per la sua importanza strategica, commerciale e civile la via diventa così l’asse primario su cui nel tempo s’imposta l’intero sistema di itinerari facenti capo alla Regio VIII.

 

 

Ma come si presenterebbe la via Emilia agli occhi di un viaggiatore di oggi?


Le fonti antiche più volte riferiscono che nel suo percorso la strada correva su argini sopraelevati, accorgimento necessario per agevolare il cammino a piedi o a cavallo e i trasporti su ruota in un territorio che ancora in buona parte era coperto di macchie boschive, di specchi palustri e zone acquitrinose, poi progressivamente cancellati dalle bonifiche e dalle coltivazioni dei coloni.

 

Il superamento dei corsi d’acqua maggiori e minori che con il classico andamento a pettine solcano l’Appennino defluendo in pianura era assicurato da ponti in muratura, talora di aspetto veramente monumentale come il cosiddetto ponte di Tiberio a Rimini in pietra d’Istria a cinque arcate, iniziato per decreto di Augusto e tradizionalmente considerato il punto di arrivo della Flaminia e quello di partenza dell’Aemilia.

 

Alcuni di essi sopravvivono ancor oggi seppure più volte modificati nella struttura e nella forma esteriore per corrispondere alle mutate esigenze di due millenni di storia. La serie di stationes e mansiones, precorritrici delle moderne stazioni di posta e locande, che costeggiavano la strada al servizio del viaggiatore per il cambio dei cavalli e confortevoli soste, a loro volta sono state spesso all’origine di agglomerati insediativi di minore entità ancora vitali.

 

Per orientarsi sulla lunghezza del percorso e sulla distanza fra un luogo e l’altro, chi si metteva in viaggio poteva contare sui cosiddetti miliari, pietre poste originariamente a ogni miglio (metri 1476) che recavano indicazioni itinerarie e, con una certa frequenza, il nome dell’autorità responsabile della manutenzione o del restauro dell’impianto stradale.

 

Sono oltre una trentina i miliari conosciuti per la via Emilia; alcuni sono rimasti in situ, altri vengono conservati in alcuni musei cittadini (Rimini, Bologna, Castelfranco Emilia, Modena, Parma), altri ancora hanno avuto un riutilizzo posteriore, come il miliario divenuto fusto di colonna nella Pieve del Thò a Brisighella.

 

Una grande differenza nella realizzazione del manto stradale caratterizzava le carreggiate extraurbane, costituite generalmente da una massicciata di ghiaie e ciottoli fluviali senza contenimenti laterali (viae glarea stratae), dai tratti che invece penetravano nel cuore dei centri cittadini. Qui si adottavano lastricature in basoli lapidei (viae silice stratae) o acciottolati con marciapiedi o gradini di delimitazione.

 

Secondo un consolidato costume romano, in uscita dalle città i due lati della strada erano fiancheggiati da monumenti sepolcrali, spesso di grande impegno formale e costruttivo, che con le loro iscrizioni e apparati decorativi erano destinati a perpetuare in eterno il ricordo degli abitanti di quella terra che fu, è e sempre sarà un tutt’uno con la sua strada.

 

(Testo redatto in collaborazione con IBC – Dr.ssa Fiamma Lenzi)

 


Ultimo aggiornamento 10/01/2017

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