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I Misericordiosi

San Francesco D'Assisi | Sant'Antonio da Padova | Don Adriano Fornari | Don Oreste Benzi | Daniele Badiali

 

San Francesco D'Assisi

Francesco nasce nel 1182 da Pietro di Bernardone e dalla nobile Giovanna Pica, in una famiglia della borghesia emergente della città di Assisi che, grazie all'attività di commercio di stoffe, aveva raggiunto ricchezza e benessere. Dopo la scuola presso i canonici della cattedrale, a 14 anni Francesco si dedicò a pieno titolo all'attività del commercio. Egli trascorreva la sua giovinezza tra le liete brigate degli aristocratici assisani e la cura degli affari paterni riguardo l'attività del commercio dei tessuti. Nel 1202 è lotta aperta fra Perugia e Assisi. La vittoria è dei Perugini e fra gli Assisani catturati c’è anche il ventenne Francesco, che rimarrà prigioniero a Perugia per circa un anno.

 

Da un punto di vista storico le circostanze della conversione di San Francesco non sono chiare e si hanno notizie solo attraverso le agiografie. Sembra che un ruolo importante lo abbia avuto la sua volontà frustrata di farsi cavaliere e di partire per la crociata, ma soprattutto un crescente senso di compassione che gli ispiravano i deboli, i lebbrosi, i reietti, gli ammalati, gli emarginati: questa compassione si sarebbe trasformata poi in una vera e propria "febbre d'amore" verso il prossimo. Il ventiquattresimo anno (1204) segna l’inizio della sua conversione: l’abbandono degli amici, della giovinezza spensierata; una vita di più intensa preghiera; l’incontro e il bacio al lebbroso; l’incontro di Francesco con il Crocifisso a San Damiano; il pellegrinaggio a Roma e la prima esperienza di povertà. Rinunzia poi ai beni paterni; restaura le tre chiesette di San Damiano, di San Pietro della Spina e della Porziuncola. Nel  1208 matura la vocazione evangelica e apostolica; nello stesso anno gli si raccolgono attorno i primi compagni, che vengono così a costituire embrionalmente il Primo Ordine Francescano. Quattro anni dopo Francesco consacra Chiara a Dio con il taglio dei capelli e la vestizione; è l’inizio del Secondo Ordine Francescano.

 

La fama di Francesco cresce enormemente e cresce notevolmente anche la schiera dei frati francescani. Nel 1217 Francesco presiede il primo dei capitoli generali dell'Ordine, che si tenne alla Porziuncola: questi sorsero con l'esigenza di impostare la vita comunitaria, di organizzare l'attività di preghiera, di rinsaldare l'unità interna ed esterna, di decidere nuove missioni, e si tenevano ogni due anni. Con il primo fu organizzata la grande espansione dell'ordine in Italia e furono inviate missioni in Germania, Francia e Spagna. Durante la quinta crociata San Francesco si recò anche in Egitto.  Oltre alla vita attiva Francesco, forse ammalato, sentiva continuamente l'esigenza di ritirarsi in posti solitari per ritemprarsi e pregare (come, ad esempio, l'Eremo delle Carceri di Assisi, sulle pendici del monte Subasio; l'Isola Maggiore sul lago Trasimeno; l'Eremo delle Celle a Cortona). Tali posti offrivano al frate il silenzio e la pace che gli consentivano una più intima preghiera. Tra il 1224 e il 1226, ormai malato gravemente agli occhi, compose il Cantico delle creature. Il 3 ottobre del 1226, a 44 anni, Francesco muore alla Porziuncola. Nel 1230 avviene la solenne traslazione del corpo di san Francesco da San Giorgio alla nuova Basilica di San Francesco in Assisi.

Sant'Antonio da Padova

Sant’Antonio nasce in Portogallo, a Lisbona, nel 1195. Soprattutto per la mediocrità morale, la superficialità e la corruzione della società si sente spinto ad entrare nel monastero agostiniano di São Vicente per vivere l’ideale evangelico senza compromessi. In occasione di un suo trasferimento, sempre all’interno dell’Ordine agostiniano, Antonio affronta a 17 anni il suo primo grande viaggio, 230 chilometri circa, quanti separano Lisbona da Coimbra, allora capitale del Portogallo. Qui convive con una grande comunità di circa 70 membri per il corso di 8 anni (1212-1220). E’ un periodo importantissimo per la formazione umana e intellettuale del Santo, che qui fa affidamento su valenti maestri e una ricca biblioteca.

A Santa Cruz viene ordinato sacerdote nel 1220. Chiede ed ottiene in seguito di lasciare i Canonici regolari di Sant'Agostino per abbracciare l'ideale francescano. Per l’occasione, abbandona il vecchio nome di battesimo, Fernando, per assumere quello di Antonio, l’eremita egiziano titolare del romitorio di Santo Antao dos Olivãis presso cui vivevano i francescani. In compagnia di frate Graziano da Bagnacavallo e di altri confratelli romagnoli, nel 1221 Antonio vive a Montepaolo. Qui trascorre intere giornate nella sua grotta (ancor oggi devotamente conservata) per vivere solo con Dio, solo in rigore di penitenze e intima preghiera, in prolungate letture della Bibbia e riflessioni. L’anno successivo Sant’Antonio inizia la sua missione di predicatore in Romagna. Parlava con la gente, ne condivideva l’esistenza umile e tormentata, alternando l’impegno della catechizzazione con l’opera pacificatrice. Attendeva alle confessioni, si confrontava personalmente o in pubblico con i sostenitori di eresie. Proprio a Rimini, nel 1223, ha luogo l’episodio riportato dalla tradizione, secondo il quale sant’Antonio vince la testardaggine di un eretico che non voleva credere nella presenza reale di Cristo nell’Eucarestia.

 

Antonio insegna teologia a Bologna dai 28 ai 30 anni, distinguendosi come primo insegnante di teologia del neonato ordine francescano. Francesco d’Assisi non voleva che i suoi frati si dedicassero allo studio della teologia, ma per sant’Antonio, viste la sua solida fede e la sua integrità morale, fece una eccezione concedendogli di insegnare ai suoi frati. Gli viene conferito il nuovo incarico di "predicatore generale" con la facoltà di recarsi liberamente dovunque riteneva opportuno, e prescelto, con sei altri confratelli, a rappresentare l’Ordine presso papa Gregorio IX. I Sermones antoniani vanno considerati come l’opera letteraria di carattere religioso più notevole compilata in Padova durante l’epoca medievale (1229-1231).

 

Nell’ultimo periodo della sua vita, già in cattive condizioni di salute, Antonio si ritira nel romitorio di Camposampiero nel raccoglimento dello spirito. Muore nel 1231, a 36 anni e viene sepolto a Padova, nella chiesetta di santa Maria Mater Domini, il rifugio spirituale del Santo nei periodi di intensa attività apostolica. Un anno dopo la morte la fama dei tanti prodigi compiuti convinse Gregorio IX a bruciare le tappe del processo canonico e a proclamarlo Santo il 30 maggio 1232, a soli 11 mesi dalla morte. La Chiesa ha reso giustizia alla sua dottrina, proclamandolo nel 1946 "dottore della chiesa universale", col titolo di Doctor evangelicus.

Don Adriano Fornari

Don Adriano Fornari nasce il 31 agosto 1942 a Villabianca, un piccolo paese adagiato sulle prime colline del modenese a poca distanza da Sassuolo. La famiglia Fornari è una famiglia semplice, molto unita e molto religiosa, non agiata economicamente ma proprio per questo modellata sui valori autentici ed importanti della vita. È in questo clima familiare di sani principi che Adriano matura la sua vocazione al sacerdozio. Nel 1953 inizia il suo percorso di formazione al sacerdozio che lo porterà prima nel Seminario di Fiumalbo e poi in quello Metropolitano di Modena.

 

Nel 1966 nella chiesa di San Giorgio di Sassuolo, don Adriano riceve l’Ordine Sacro per mano di Mons. Giuseppe Amici: da quel momento in poi la storia della sua vita si confonde con quelle dell’Istituto “Tommaso Pellegrini” e del gruppo dei Sordi Modenesi. Qui ricopre diversi incarichi: Consigliere Udente nella Sezione Provinciale di Modena dell’Ente Nazionale Sordi (E.N.S.), Consigliere Nazionale dell’Associazione Italiana degli Educatori dei Sordi (A.I.E.S.), Rappresentante del Ministero della Pubblica Istruzione agli esami di idoneità per gli Insegnanti che desiderano essere ammessi ai corsi di specializzazione all’insegnamento degli alunni sordi. Nel 1967 a Bologna consegue il Diploma di Specializzazione all’Insegnamento dei sordi e si laurea in Pedagogia nell’Anno Accademico 1969-70. Così, in vari modi e sotto molteplici vesti, Don Adriano accompagna la vita di ciascun sordo.

 

Fra i vari incarichi che don Adriano riceve dalle mani dei suoi vari Arcivescovi, troviamo un impegno a tutto campo: Vicedirettore e Direttore dell’Istituto per Sordi “Tommaso Pellegrini”; Presidente della Caritas Diocesana; Parroco della Parrocchia di Saliceta San Giuliano; Direttore della Caritas Diocesana (riconfermato più volte); Membro del Collegio di Consultori; Vicario Episcopale; Amministratore Parrocchiale della Parrocchia di San Pancrazio; Parroco della Parrocchia di Fiorano. Continuerà a collaborare, fino alla sua morte, con don Giuseppe Albicini, suo successore e grande amico, per le Confessioni e le S. Messe.

Lo stile di vita che don Adriano sceglie è quello di porsi al servizio degli altri. Anche nella malattia, che lo porta lentamente all’immobilità degli arti inferiori, è di esempio a tutti per la sua rassegnazione alla volontà di Dio. Don Adriano muore il 23 Ottobre 2013.

Don Oreste Benzi

Don Oreste nasce il 7 settembre 1925 a San Clemente (Rimini), settimo di nove figli di una famiglia modesta. Già dall’età di 7 anni esprime il desiderio di diventare prete, a 12 anni entra in seminario e nel 1949 viene nominato sacerdote. Il primo incarico è come cappellano alla chiesa di San Giuseppe al Porto di Rimini. Dopo il 1950, per diversi anni, è insegnante e padre spirituale al seminario di Rimini, oggi a lui dedicato. Successivamente insegna religione in diverse scuole riminesi divenendo riferimento per molti studenti liceali.

 

Nel 1969 si dimette da ogni incarico per dedicarsi pienamente al nuovo ruolo di parroco, che mantiene fino al 2000, nel quartiere "Grotta Rossa" della periferia di Rimini. Qui inizia con alcuni giovani preti un’esperienza pastorale innovativa: decidere tutto insieme ai parrocchiani, lavorare con i fedeli e non per i fedeli, chiedendo responsabilità e consapevolezza della loro identità di re, sacerdoti e profeti e della loro missione nella storia. Dal momento in cui riceve l'ordinazione, don Oreste si ritrova a svolgere il suo compito di sacerdote accanto ai giovani e ai preadolescenti, capendo l'importanza di essere loro vicino. Mosso da uno spirito innovatore, lancia una proposta rivoluzionaria per quel tempo: portare in vacanza anche i ragazzi disabili, allora “chiusi” nelle famiglie e negli istituti.

 

Nel 1971 Don Oreste fonda l’Associazione per la formazione religiosa degli adolescenti “Papa Giovanni XXIII”, quella che è oggi la Comunità Papa Giovanni XXIII, di cui è stato responsabile generale fino al 2 novembre 2007, giorno in cui è tornato al Padre. La storia della Comunità Papa Giovanni XXIII è inevitabilmente intrecciata alla sua storia personale. Nel 1973 apre la prima Casa Famiglia della Comunità a Coriano, per «dare una famiglia a chi non ce l’ha» e per “ri-generare” nell’amore bambini, disabili, persone sole e abbandonate, anziani e chiunque necessiti di essere accolto e aiutato ogni giorno. La sua passione per gli ultimi si estende ai tossicodipendenti, minori senza famiglia, nomadi, persone senza fissa dimora, carcerati, vittime delle sette, donne di strada, anziani; anche in terre di missione. Facilmente riconoscibile dalla lunga tonaca lisa e il rosario in mano ha cambiato il destino di tante persone. Tutti quelli che l’hanno conosciuto ricordano bene il suo saper guardare al cuore delle persone, ai doni e all’unicità di ognuno. La Comunità Papa Giovanni XXIII viene riconosciuta dalla Santa Sede nel 2004 associazione internazionale di fedeli di diritto pontificio. Oggi la Comunità siede a tavola, ogni giorno, con oltre 41 mila persone nel mondo, grazie a più di 500 realtà di condivisione tra case famiglia, case di fraternità, mense per i poveri, centri di accoglienza, comunità terapeutiche, Capanne di Betlemme per i senzatetto, famiglie aperte e case di preghiera. Dal 2006 APG23 siede alle Nazioni Unite con lo Status di Consultative Special nell'Ecosoc (Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite), facendosi portavoce degli ultimi del mondo laddove i leader internazionali prendono le decisioni sulle sorti dell'umanità. Grazie alla forza dei suoi membri, dei volontari e di chi la sostiene la Comunità Papa Giovanni XXIII porta avanti il grande progetto di solidarietà di don Oreste: essere famiglia con chi non ce l'ha.

Daniele Badiali

Daniele Badiali nasce il 3 marzo 1962 da una famiglia semplice nella campagna di Faenza (Ra). Giovanissimo incontra l'esperienza dell'Operazione Mato Grosso ma, quale generoso che non si accontenta di amare a distanza o per procura, a ventidue anni appena compiuti parte per fare un’esperienza di due anni a Chacas, in Perù. Qui si trova padre Ugo de Censi e, insieme agli altri, impara la strada dell’umiltà, la verifica della vocazione, la correzione e la limatura del carattere. Dopo un periodo a Bologna ritorna in Perù nel 1991, a due mesi dall’ordinazione, come prete “fidei donum”, assumendo la responsabilità della parrocchia di San Luis, sulle Ande. La sua casa diventa subito punto di riferimento per i tanti poveri, continuamente assediata da chi viene “per chiedere viveri, per chiedere medicine, per chiedere, per chiedere, per chiedere...". Le sue giornate sono vorticosamente vissute “tra feste nei villaggi, ritiri con i ragazzi, confessioni, preparazione alle prime comunioni, oratorio da seguire, lezioni in seminario da fare, senza contare matrimoni, battesimi, funerali”.

 

Agli amici in Italia scrive di non sapere “come trasmettere la sofferenza che provo nel vedere tante pecore senza pastore!!! e come dire la sofferenza che provo nell’accorgermi che Dio conta sempre meno nella vita delle persone che cerchi di educare alla religione!”. Mentre si sente “un prete ai primi passi del cammino dell’amore”, sente anche tutta la fatica del credere, soprattutto a confronto con la fede genuina e semplice dei suoi parrocchiani. Così, mentre gli altri restano affascinati dalla sua “allegria contagiosa” e ammirano in lui soprattutto “la grande fede”, lui confessa di sentirsi “un peccatore, un incredulo in cammino verso il Vangelo”. “Questa scoperta della mia incredulità mi fa stare coi piedi per terra, mi fa soffrire, però non mi toglie il desiderio di sperare nel Signore e nella sua bontà”: così, volando tra un impegno pastorale e l’altro, pur avvertendo il dramma del vuoto e dell’assenza di Dio e “la delusione che questo Dio crocifisso non è quello che la gente cerca”, cerca “di imparare a vivere ciò che Gesù ci ha detto, … imparare a dar via la propria vita…”. Ecco perché la sera del 16 marzo 1997, mentre torna con i suoi collaboratori dai soliti impegni pastorali e la sua macchina viene fermata da un gruppo di banditi armati che vogliono un italiano in ostaggio per chiedere un forte riscatto a p.Ugo, Daniele non ha un attimo di esitazione: “Tu resta, vado io”, dice ad una volontaria che già sta avanzando verso il gruppo armato. Lo ritrovano due giorni dopo in una scarpata, con le mani legate e finito con un colpo alla nuca e i suoi cristiani non faticano proprio a capire che Daniele è riuscito perfettamente a “dar via la vita” per i fratelli. Come Gesù. E dato che un amore così non si può improvvisare, capiscono anche che diceva sul serio quando insegnava “a guardare in faccia alla morte, solo così si capisce quale direzione dare alla vita”.

 

Con la collaborazione di Don Tiziano Zoli, incaricato regionale dell'Ufficio Turismo della Conferenza episcopale dell'Emilia Romagna per il Turismo-Sport-Tempo libero e pellegrinaggio.

Ultimo aggiornamento 28/04/2016

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