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CINEMA
Prima e dopo il '68. Il disagio esistenziale


Il '68 è stato per il nostro Paese momento di grandi cambiamenti: anche il cinema iniziò a sperimentare nuovi linguaggi divenendo forte strumento di denuncia sociale.


DESERTO ROSSO (1964) di Michelangelo Antonioni con Monica Vitti, Richard Harris

Pessimistica riflessione sulle difficoltà e sull’incapacità della borghesia di uscire dalla propria gabbia esistenziale. Il primo film a colori – con la straordinaria fotografia di Carlo Di Palma - del ferrarese Antonioni, Leone d’oro alla Mostra di Venezia del 1964, segue le profonde insoddisfazioni di Giuliana (Monica Vitti) che non riesce a uscire dalla propria crisi esistenziale. Nemmeno il rifugiarsi in un'avventura extraconiugale riuscirà a scuoterla dalla sua depressione, confortata solo dal sogno di fuggire su una spiaggia deserta. L'idea alla base del film era quella di esplorare il rapporto tra l'ambiente e l'insediamento umano in un territorio a forte industrializzazione attraverso gli occhi di una donna, sofferente di una nevrosi profonda e sfuggente. Ogni sfumatura cromatica diventa un segnale emotivo, ogni scenografia lo schermo sul quale si disegna un sentimento di angoscia e rassegnazione che le parole non riescono a catturare ed esprimere.

Marina di Ravenna
Marina di Ravenna

ITINERARIO: Nel film di Antonioni la città di Ravenna è diventata lo sfondo di un'incessante trasformazione cromatica ottenuta sia attraverso l'adozione di soluzioni tecniche d'avanguardia, sia di vere e proprie colorazioni del paesaggio, con strade e boschi che vennero dipinti con colori originali, dai toni grigio livido capaci di ben rappresentare l’insensibilità quasi minerale del mondo vista con gli occhi della protagonista.
Pur ambientato nella Ravenna bizantina, Deserto rosso sceglie di condurci nella folta e antichissima pineta, che un tempo copriva tutto il litorale e che ancora oggi, fitta e pittoresca, si snoda verso Cervia tra la basilica di S. Apollinare in Classe e l’area della grande necropoli romana di Classe. Spostandosi verso nord, ma sempre sul litorale adriatico, il film segue il percorso che da Ravenna prende la Statale 67 Tosco-Romagnola e, costeggiando il Canale Candiano o Corsini, porta nell’ampia zona industriale, all’isolotto d’acciaio “Sarom”, a Marina di Ravenna, con la sua bella spiaggia a ridosso della Pineta S. Vitale e i suoi capanni sull’argine del portocanale, denominato Porto Corsini (aperto nel 1736 per ordine di papa Clemente XII Corsini).
Antonioni scelse di rappresentare uno spazio che fosse scandito da funi, catene, gomene, ringhiere, cancelli, tralicci, che potessero separare quanto più possibile i personaggi dagli spettatori: le fabbriche del paesaggio industriale di Ravenna che avessero strutture metalliche tubolari.

DOVE SIETE? IO SONO QUI (1993) di Liliana Cavani con Chiara Caselli, Gaetano Carotenuto

Sordomuti dalla nascita, Fausto - di famiglia borghese - ed Elena - di origine proletaria - hanno imparato a parlare. Lui ha una madre che pretende a tutti i costi di integrarlo nella società degli udenti, lei vive con maggiore rabbia la propria marginalità. La loro storia d'amore è anche un percorso di comunicazione, conoscenza e ricerca, che li porterà ad accettare meglio le proprie menomazioni.

Chiara Caselli in Dove siete? Io sono qui
Chiara Caselli in
Dove siete? Io sono qui

ITINERARIO: Liliana Cavani, nata a Carpi, tornata nella sua città natale per un lutto familiare, in quel periodo fu invitata da un istituto modenese per non udenti che organizzava uno spettacolo per bambini. La visione di quella rappresentazione incuriosì la Cavani che sull'argomento cercò ulteriori informazioni, sino a decidere di realizzare il film.
Alcune scene del film sono ambientate nella vivace cittadina di Carpi, nella scenografica e centrale piazza dei Martiri su cui si affacciano il Castello dei Pio con la secentesca Torre dell’Orologio e il cortile rinascimentale cinto da un portico di 28 colonne. La regista de Il portiere di notte ci porta anche nel pittoresco piazzale Re Astolfo, con il cinquecentesco Palazzo di Giberto Pio e l’antichissima pieve della Sagra.

 

 

 



I PUGNI IN TASCA (1965) di Marco Bellocchio con Lou Castel, Paola Pitagora

Il regista piacentino esordisce con un’opera prima dissacrante, dura e crudele, presentata alla Mostra di Venezia del 1965, che evidenzia la dissoluzione della famiglia borghese attuata con ferocia sgradevole e grottesca. Il protagonista, interpretato da Lou Castel, vittima di paranoie ed epilessia, commette una serie di omicidi all’interno della sua agiata famiglia, per non gravare sull’unico fratello sano.

Una scena del film I pugni in tasca
Una scena del film I pugni in tasca

ITINERARIO: Il film è stato girato in provincia di Piacenza, tra paesaggi nebbiosi e casolari di campagna. Bellocchio non dimentica luoghi simbolo della sua città: dal ponte sul Po che collega l'Emilia alla Lombardia, al Monumento al Pontiere realizzato nel 1928 da Mario Salazzari nell’ampio piazzale Milano. Il regista ci porta poi a Bobbio - dove vive la famiglia del protagonista - sull’Appennino piacentino, il maggior centro della Val Trebbia.


 

 

 

 

 

I VITELLONI (1953) di Federico Fellini con Alberto Sordi

Alberto Sordi ne I vitelloni
Alberto Sordi ne I vitelloni

Alla fine dell'estate, in una cittadina della costa romagnola (chiaramente ispirata a Rimini), durante una festa all'aperto, si scopre che Sandra, sorella di Moraldo, aspetta un figlio. Dovrà sposarsi con Fausto, e i genitori accettano le nozze riparatrici. Arriva l'inverno e riprende la monotona esistenza di provincia; gli amici di Fausto trascorrono le loro giornate tra caffè e scherzi puerili, anche se la loro età non è più verde. Sono i "vitelloni", viziati e mantenuti dalle famiglie: Alberto, con il suo faccione da bambino, eterno buffone; Leopoldo, tutto preso da sogni di successi letterari; Riccardo, pigro e indolente, e Moraldo, il più giovane e desideroso di lasciare tutti e andarsene a Roma. Di ritorno dal viaggio di nozze, Fausto accetta di lavorare: farà il commesso in un negozio di arredi sacri. Ma si mette a corteggiare la moglie del proprietario e Sandra, appena lo scopre, fugge di casa con la bambina da poco nata. Fausto e Moraldo, assieme agli altri amici, si mettono alla sua ricerca; ma lei non è lontana, è in casa del suocero, che punirà a cinghiate il figlio scapestrato. I "vitelloni" ricominciano la solita vita, fra delusioni familiari e professionali; solo Moraldo riesce a "fuggire" dal tran-tran, senza dirlo a nessuno. E immagina i suoi amici, per i quali invece nulla è cambiato e potrà cambiare. I rimpianti del tempo perduto in quello che è stato considerato il film più sincero di Fellini.

ITINERARIO: Fellini, come quasi sempre nei suoi film, torna alla sua Rimini, alla sua Romagna sull’onda del ricordo, ma sceglie di reinventare completamente la cittadina della costa romagnola – verosimilmente Rimini – in cui i vitelloni vivono, effettuando le riprese quasi integralmente sul litorale tirrenico laziale.

LA CINA E’ VICINA (1967) di Marco Bellocchio con Glauco Mauri

Una scena da La cina e vicina
Una scena da La cina e vicina

In una cittadina romagnola un giovanotto ambizioso, iscritto al PSU (Partito Socialista Unificato), diventa il factotum di un professore, futuro assessore, oltre che l'amante di sua sorella, mentre, per vendicarsi, la sua ex fidanzata diventa l’amante del professore, fino al duplice, forzato matrimonio. Il secondo film di Bellocchio riprende alcuni temi de I pugni in tasca, dalla corruzione degli ambienti familiari, allo squallore della provincia, irrobustendoli con una feroce satira del trasformismo politico e del falso riformismo.

ITINERARIO: Bellocchio in questo film si sposta dalla natia Piacenza a Imola, con l’ampia piazza Matteotti su cui si affacciano il Palazzo Comunale, Palazzo Sersanti e la piccola chiesa del Suffragio, per toccare anche Dozza imolese con la bella Rocca dai torrioni cilindrici, e infine Faenza, con le contigue piazza della Libertà e del Popolo su cui si affacciano il Duomo rinascimentale, la Fontana monumentale, la Torre dell’Orologio, il Palazzo del Podestà e il Palazzo del Municipio.


 

 

 

RADIOFRECCIA (1998) di Luciano Ligabue con Stefano Accorsi, Francesco Guccini

Una scena dal film Radiofreccia
Una scena dal film Radiofreccia

Musicista rock tra i più affermati d’Italia, Luciano Ligabue tenta anche l’avventura cinematografica, realizzando Radio Freccia, vincitore di tre David di Donatello. Raro film italiano di ambiente radiofonico, racconta la vita di una radio privata degli anni Settanta allo scoppiare della scena rock new wave.
L'esordio registico di Ligabue racconta una iniziazione alla vita, il passaggio dall'adolescenza alla maturità, che non tutti riescono ad accettare. I protagonisti della storia, che amano ritrovarsi nella musica e nelle parole di una radio "libera", affrontano, ciascuno a modo suo, l'incerto domani nella provincia della Bassa Padana. Violenti litigi in famiglia, amori disperati, la comparsa dell'eroina, piccole e grandi storie che si consumano giorno per giorno.
Radio Freccia è un manifesto nostalgico pieno di colore, senza velleità sociologiche e politiche, la storia di cinque ragazzi e di una radio al tempo in cui procurarsi un diritto d’antenna non era così difficile. Ne sentono parlare nel bar di Adolfo (Francesco Guccini) che è il loro punto di aggregazione: nasce così Radio Raptus, ribattezzata Freccia proprio il giorno in cui viene ritrovato morto per overdose in un fosso Ivan Benassi, detto Freccia, perché ha sulla tempia una voglia con questa forma.
Nel 2002 Ligabue dirige il suo secondo film, Da zero a dieci.

ITINERARI: Ligabue racconta gli anni Settanta a modo suo, secondo paesaggi e passaggi del borgo in cui è nato, Correggio in provincia di Reggio Emilia. Non a caso Radio Freccia si apre con una lunghissima carrellata che sui titoli di testa ci introduce dalla periferia del paese sino al suo nucleo storico, che ci viene presentato con un’inquadratura frontale della porta con archi che conduce alla piazza principale e agli edifici più antichi, tutti corredati dai tradizionali portici coperti. Il tempo dei protagonisti è quello dell’uscita dolorosa dalla placenta tiepida del bar, del biliardo, dello scherzo nella piazzetta centrale, è un aprirsi alla speranza in mezzo al locale campo di pallone, gridando il proprio ingresso nella vita dal microfono di una minuscola radio di paese situata in un vecchio edificio del centro, mai ristrutturato. Quando esce dal quadrilatero centrale di Correggio, Ligabue si sposta nella campagna attorno a Novellara o nella piazza centrale di Carpi in provincia di Modena, concedendosi un omaggio a Don Camillo e Peppone, con una sequenza che si svolge nei pressi del cartello che introduce al paese di Brescello, dove Guareschi ambientò i romanzi della sua celebre serie. Di rilievo appare il lavoro di Stefano Giambanco nella doppia veste di scenografo e costumista: la ricostruzione del bar Laika (il bar centrale riportato a vent’anni prima) dove si svolgono molte scene è un importante elemento narrativo. Molti degli attori sono originari dell’Emilia e sono stati scelti anche con il desiderio di dare una precisa forza linguistica alla storia. Sono voci di una terra che si sentono, si diffondono, si propagano dai microfoni di Radiofreccia.


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