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MUSICA
La musica degli Estensi tra Ferrara e Modena



Arpa estense costruita nel 1581 per Alfonso II,Per “schifar la noia” poco può avere più valore della musica, ed è proprio nel meraviglioso ciclo d’affreschi di palazzo Schifanoia che a Ferrara ci s’imbatte in una tra le prime, grandi testimonianze della centralità di quest’arte nello straordinario lascito culturale degli Este. Strumenti musicali si trovano raffigurati, in particolare, nei mesi tra primavera e inizio d’estate, tra aprile e giugno, i mesi della rinascita nel ciclo astrologico sul quale è incardinata la serie d’opere realizzate per Borso d’Este intorno al 1470.
Il Rinascimento ferrarese costituisce, per la storia della musica, uno dei capitoli in assoluto più ricchi. Ricchi di raffinatezza e ceselli, di accortezze e di saperi. “Ferrarese” sarebbe diventato colui che al tempo venne definito il “Michelangelo della musica”, cioè Josquin Desprez, il finissimo, espressivo compositore che cifra il momento culminante della musica umanista, fra il tramonto del Quattrocento e i primi due decenni del Cinquecento: nata nel 1501 la stampa musicale, suoi furono tutti i primi best seller musicali della storia. A Ercole I, il promotore dell’ampliamento della città progettato da Biagio Rossetti, Josquin avrebbe dedicato la Messa detta “Hercules Dux Ferrariae”, il cui tema era ricavato dal nome del dedicatario (re, ut, re, ut, re, fa, mi, re – dove per “ut” s’intende il moderno “do”).
Di questi richiami nascosti, “reservati”, trabocca il Rinascimento musicale estense. Ferrara è a quei tempi la città di Tasso, di Ariosto, di Guarini. Ai massimi poeti del Rinascimento s’ispira una quantità abbastanza cospicua di madrigali, le composizioni polifoniche che in ispirazione petrarchesca avrebbero segnato la vetta più alta dell’invenzione cinquecentesca. Questa musica, nella quale Ferrara ebbe ruolo di laboratorio, era musica senza pubblico, essendo essa destinata ai gentiluomini e alle dame che erano in grado di cantarla: per questa ragione, affidata com’era a chi poteva leggerla in pagina, s’arricchì persino di effetti “ottici” (due note bianche e vuote per la parola “occhi”, una serie di note nere per simboleggiare la notte). Guarini era marito di Taddea Bendidio, sorella di Lucrezia e Isabella, cantatrici a corte. Le donne furono protagoniste del Cinquecento ferrarese, nel quale dominò il “Concerto delle Dame”, gruppo celeberrimo, guidato da una dedicataria del Tasso, l’arpista Laura Peperara (il suo strumento splendidamente intarsiato, risalente all’incirca al 1580, è oggi nella Galleria Estense di Modena insieme con altre meraviglie ducali come le secentesche chitarre in marmo e il violino e il violoncello costruiti per Francesco II, sensibilissimo alle arti e alla musica).

Violino costruito da
Domenico Galli
per Francesco II,
Galleria Estense, Modena
Violoncello costruito
da Domenico Galli
per Francesco II,
Galleria Estense, Modena
Violino in marmo di
Giovanni Battista Casarini del 1687,
Galleria Estense, Modena
Chitarra in marmo di Michele Grandi del 1686, Galleria Estense, Modena


All’epoca di Luzzasco Luzzaschi, ispiratore di grandi innovatori del linguaggio musicale come il ferrarese Frescobaldi, sullo scorcio del Cinquecento sarebbe giunto a Ferrara anche il principe Gesualdo da Venosa, madrigalista di profonda e cupa ispirazione, reo semi perdonato d’avere assassinato a Napoli la moglie e l’amante.
Già nel Quattrocento, una danza di Bartolomeo da Bologna, organista nel duomo ferrarese, richiama col titolo di Belfiore una delle “Delizie” estensi, castelletti nei dintorni della capitale tra i quali è superstite quello di Belriguardo a Voghiera, a ridosso del parco che circonda la villa del conte Massari, sposo della prima grande Amneris dell’Aida verdiana, Maria Waldmann, ferrarese d’adozione. Lasciato a Modena nel 1598 il ruolo di capitale estense, Ferrara avrebbe proseguito non senza gloria il proprio percorso, giungendo a dare i natali, tra gli altri, a Giulio Gatti Casazza, impresario della Scala e poi – entrato nel mito americano – del Metropolitan di New York. E dai tardi anni Ottanta, Ferrara esibisce con orgoglio lo status di “sede italiana” dell’attività artistica di Claudio Abbado.
A Modena, ancora in Galleria Estense, si trovano frammenti d’affresco strappati alle Beccherie cinquecentesche, cioè al mercato della carne, o dedicati a figure di musicisti e provenienti dalla Rocca di Scandiano. Un momento di grande fasto per Modena capitale si ha nell’ultimo quarto del Seicento, nell’età di Francesco II; è la coda nobile di un secolo che si era aperto con Orazio Vecchi, il raffinato autore di “commedie madrigalesche”, miscelate di vari dialetti, cui è intitolato l’Istituto musicale della città, e con Michelangelo Rossi, o Sigismondo d’India. Più tardi, nel medio Seicento, a Modena avrebbero lavorato il romagnolo Marco Uccellini, e soprattutto Giovanni Maria Bononcini e Giovanni Battista Vitali. La fine dell’età barocca coincise con la grande attenzione per l’oratorio, quella forma di “opera” senza scene, di argomento devozionale, favorita a Modena dalla sensibilità religiosa del Duca e tramite della presenza modenese di Alessandro Stradella (sedi primarie dell’oratorio furono le chiese di San Vincenzo, San Bartolomeo e Santa Eufemia).
Sede storica dell’Ater, l’Associazione dei teatri emiliano romagnoli, e dell’Ert (Emilia-Romagna Teatro), la Modena dei cantanti (Pavarotti e Freni, ma anche Raina Kabavanska cittadina acquisita e mille altri) è città gravida di testimonianze storiche preziosissime, conservate nella Biblitoeca Estense e nell’Archivio Capitolare del Duomo. Dei tanti teatri che ne hanno accompagnato le vicende rimane, oltre al Comunale e allo Storchi, il piccolo teatrino di San Carlo, di metà Settecento, ancora attivo; nell’attigua chiesa di San Carlo, un importante organo di Domenico Traeri, del 1714.


IV

Guido Monaco

Abbazia di Pomposa, Codigoro Diverse città italiane ed estere, fra cui Pomposa, Talla e Arezzo, rivendicano i natali del monaco benedettino Guido, nato nell’ultimo decennio del X secolo, inventore della notazione musicale, che permetteva ai cantori di apprendere nuove melodie senza doversi sottoporre a lunghi e faticosi esercizi mnemonici. Le innovazioni in campo musicale del monaco dell’Abbazia di Pomposa scatenarono le invidie e gli intrighi dei confratelli e Guido si vide costretto, consigliato dall’allora priore Guido degli Strambiati, a lasciare Pomposa per riparare ad Arezzo, dove fu accolto dal vescovo Teodaldo, cui dedicò il Micrologo, il principale dei suoi scritti. La fama del monaco raggiunse presto papa Giovanni XIX (1024-1032) che invitò Guido a Roma affinché esibisse il suo antifonario contenente le melodie liturgiche trascritte con il nuovo sistema di notazione. Lo stesso papa rimase meravigliato della semplicità con cui egli stesso fu in grado di decifrare e cantare le melodie senza l’aiuto di un maestro e invitò Guido a fermarsi
a Roma per istruire il clero romano ai nuovi sistemi, ma Guido, colto dalle febbri romane, dovette lasciare la città.
Degli ultimi anni di vita del monaco benedettino si hanno notizie discordanti: è probabile che sia diventato camaldolese e che si sia trasferito al monastero di Fonte Avellana (Pesaro), di cui divenne Abate e dove morì intorno al 1050. All’ingresso del dell’Abbazia di Pomposa si trova l’epigrafe latina di Giovanni Pascoli al monaco Guido: ”Sono ormai mille anni, seminati, pascoli, ville, vino e miele, biade e tessuti di lino, pingue gregge nei chiusi, e nei cortili ogni d’animali da ingrasso; il muggito dei buoi segnalava il sorgere dell’aurora e, mentre per mia cura ondeggiavano campagne, io stessa, Pomposa, inalzavo ognora il sacro canto: DOvessero i campi arati REtribuire i buoni questa esistenza MIte a condursi, fosse anche FAcile a lasciarsi; il SOLe splendesse lieto ai lieti e il faticoso pegno di riposo”. [...] Qui a me intona il suo canto con il fedel coro Guido Monaco.
Francesco Mattioli



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